CARLO CARRA'       "Linee autobiografiche di Carrà"

   Il primo premio di scultura assegnato ad ARTURO MARTINI, non ci sorprese; molto facile ci era apparso il presagio dell’alta distinzione, chiamando Martini, nei nostri sei saggi critici sul « Regime Fascista », il trionfatore della Quadriennale romana, e analoga espressione era contenuta nel nostro articolo su la rivista « Costruire ». Nè per gli altri premiati, d’altronde, siamo incorsi in errore. Ma ci piace soffermarci su Arturo Martini, sia per il contenuto di definizione polemica della premiazione, sia per una interessante complessità dell’artista.

* * *

   Martini è salito di colpo sul podio maggiore della scultura nazionale? Così può essere apparso ai più. Ma non è assolutamente vero.
   Questo scultore lavorava con una fecondità sorprendente fin dall’anteguerra; da una cerchia ristretta di artisti e di fedeli era riconosciuto uno tra i pochi scultori i quali rappresentavano l’Italia nel movimento plastico europeo; aveva il lungo tirocinio dell’ascesa e delle ricerche e di superamenti, che sono il naturale retaggio degli artisti. Eppure egli – e questo non è che un ritorno, perchè simile alla vicenda dei grandi artefici, esposti, come per una prova suprema, al logorio della sconoscenza – non riusciva a conquistare un vero posto di supremazia, il che è male; nè a vendere una statua, il che può essere, molte volte, peggio.
   Cercare oggi i reconditi motivi del fenomeno, sarebbe vano, inutile e, forse, cattivo.
   Ci basti fare questa constatazione : uno scultore riconosciuto da CARRA’ a OJETTI, da OPPO a ROBERTO SAVINIO, da LONGHI a EMILIO ZANZI, da ITALO TAVOLATO a LIONELLO VENTURI, illustrato nelle grandi riviste e rassegne internazionali, non è riuscito, in quindici anni di ascesa continua e potenziata di valore, a vendere un suo lavoro, nè ad essere invitato ad un concorso.
   Arturo Martini a Treviso l’11 agosto del 1889. Caratteristica importante della sua fanciullezza, è l’affezionata ripetizione per tre anni della seconda classe elementare. Poi seguono altri particolari biografici alla distanza di anni : nell’adolescenza apprende i rudimenti dell’arte nella scuola di Ceramica di Faenza e indi studia a Treviso, discepolo dello scultore CARLINI; nel 1909 è a Monaco di Baviera, nella scuola privata d’Hildebrand; nel 1911 a Parigi. Poi scompare e di questo periodo di assenza non c’è che qualche rarissima opera, indefinita disorientata. Lo troviamo a Roma nel 1920.
   Fin dalla fondazione fece parte di quel gruppo romano dei « Valori Plastici » che ha apportato al mondo artistico italiano un rinnovamento inconfondibile.
   Elevò statue a Vado, a Nervi, a Monza, lavorando continuamente, estrosamente, senza arresti ancoratori.
   Un incidente personale all’ultima Biennale di Venezia, lo spinse a ritirare le otto opere che ivi egli avrebbe dovuto esporre.
   Nella prima Quadriennale romana il crisma cade su di lui; crismazione ottima e necessaria per il pubblico, non certo stupefacente per il nostro gruppo, il quale da molti anni considerava Martini tra i primissimi scultori italiani.
   Le opere esposte alla Quadriennale, per le quali fu dato voto di premiazione, sono sette : « Figliuol Prodigo », « Maternità », « Donna al sole », « Pastor fido », « Sposa felice », « Madre folle ».
   La prima è la scultura del superamento di Martini, se definizioni e cerchie possono farsi nella vita di un artista. E’ questa l’opera che fece rimanere interdetti e àfoni gli ignari e gli incerti. Fu appunto vari anni or sono che commentammo stupefatti il nuovo « momento » martiniamo.
   L’estrosità di Martini aveva condotto l’artista su strade di ricerca elaborata, esoterica, difficilissima; spezzato il contorno facile, la cavità o la crescenza sensuale distrutta, egli ristabilì un equilibrio che a molti, dopo MEDARDO ROSSO, sembrò vano. L’impressionismo sconvolse i canoni della vecchia arte limitata dal concetto lineare; ma era greve di troppe teorie. Nei movimenti artistici i programmi portano ad orizzonti impensati – o troppo prevedibili – poichè gli sviluppi logici delle formule trovate non possono essere paralleli al fenomeno atistico, che non ama amaturazioni solamente cerebrali, nè dev’essere concepito per puro spirito di polemica.
   BOCCIONI ricercò una via d’uscita dopo la decomposizione dell’impressionismo, caduto nel lezioso, nel teoretico, nel facile piacevole. Oggi ancora non può dirsi se la strada da lui indicata avrebbe potuto portare a mète migliori.
   Martini ha il merito di aver solidificati i valori distrutti dagli impressionisti per dar ragione a concetti polemici. Medardo Rosso è una tappa : necessaria e formidabile. Ma intorno a lui vi è stato un immediato sconfinamento che ha inquinato la scultura di un quarto di secolo.
   L’opera di Martini ha avuto il compito di ricostruire, dopo quello che può dirsi un fenomeno di spappolamento. Fin dalle primissime opere – « La monaca », « La fanciulla piena d’amore » - tale concetto di capovolgere i valori impressionistici ormai imperanti, non senza qualche contrasto, è chiaramente espresso. Egli, per geometrico contrasto con la diluizione provocata dagli impressionisti, orientò le prime ricerche verso realizzazioni sintetiche, vicine al futurismo stesso.
   La Biennale di Venezia rifiutò le sue opere; allora egli organizzò a Ca’ Pesaro, col BARBANTINI, « La Mostra dei Rifiutati ». Era la prima volta che Martini prendeva contatto con la critica e con il pubblico. Le polemiche furono vaste, ma quello rimase ugualmente un punto di partenza.
   L’Italia rimase assente dal Movimento impressionista, per quanto esso fosse stato creato da un italiano : noi giungemmo alle concezioni di ROSSO con molto ritardo, e quando in Europa nascevano altri movimentio rinnovatori, l’Italia era immersa in un indiscutibile provincialismo. Nasceva la necessità di portare l’arte italiana al livello di quella europea. Martini non parlava invano di RIMBAUD, di DEGAS, di CEZANNE’, di RENOIR; egli si assunse e matenne il compito di sanare la parte alterata della nostra arte.
   Il momento de « L’Orfeo » è tipico. Quest’opera – che è alla Galleria Nazionale di Arte Moderna – ci dà il punto supremo della parte polemica delle sue concezioni. Gli parve, in un primo tempo, che una scultura dotata di pura poesia, fosse sufficiente a ricostituire la forma scomposta dagli impressionisti; a questa prima epoca appartengono opere che, pur portando la sua impronta personale, ristabiliscono in pieno la calda tradizione dell’arte italiana.
   Ma i fatti smentiscono le sue speranze; egli entrò allora in un periodo violento, irto di cerebralismi, che non sempre possono essere apprezzati; comunque, egli riuscì a essere perfettamente l’antagonista plastico dei precedenti discepoli di Rosso. « L’Orfeo » è appunto la ricomposizione maggiore di quei volumi distrutti prima, per la ricerca di atmosfera spazio luce.
   Egli si porta così, attraverso forme incomprese, al di là dell’impressionismo teorico e d’ogni fredda regola ellenicizzante, opposte idealità della scultura del tempo.
   Indi egli giunse nei limiti del « Figliol Prodigo » dopo aver subita, vissuta e saziata la sua esperienza e la sua necessità di polemica; fu così, questa, opera di una grande possanza materiale, vista attraverso una lunga ricerca. Quindi Martini è andato oltre; ha elevato sculture e sculture, monumentali e forti, ben costruite, bilicate, severe eppur ricche d’intenti vivificatori.
   Notiamo che i profani l’ignorano; ma anche se costoro non hanno importamza poetica nell’arte, è bene ricordare che Martini esaurì, prima di iniziare la sua ricerca di volumi quatridimensionali, ogni possibile « maniera » classica, arida, fredda, ma soddisfacente per il gran pubblico. Senza questa enorme e oscura attività plastica, non potrebbe comprendersi la « Donna al sole », creatura fremente d’una tèpida lussuria, appena coperta da una grande bellezza; nè si concepirebbe l’epico « Pastore », nè l’estatico e sognante « Pastor fido ».
   La « Maternità » - la grande scultura di legno esposta a Roma – sembrerebbe, senza tutto questo problema di ascese, un lampo d’emozioni e di commozioni, e non, com’è, una scultura di pura essenza umana, fatta di ritmi michelangioleschi.
   Posseggo preziose fotografie inedite dei lavori passati : centauri, teste di bimbi, teste di folli, un ritratto di Cecoff e altri studi e composizioni. E ascendendo per l’aspra via che Martini volle scegliersi, sfidando per anni tristi e travagliati, l’incomprensione e l’ironia, non troviamo scatti, nè debolezze. Ma una grande potenza di poesia e un muto affiorare di tutta quella tradizione italica, che parve per un momento smarrita.
   Tra « L’Ofelia » e « La Pisana », vi è un lungo spazio di tempo e di opere; ritornando a « La Pisana » col ricordo de « L’Ofelia », dopo il periodo cerebrale, egli prova il saldo equilibrio del suo spirito. Dove esso conduca, non ci è dato oggi di dire.

* * *

   Anni tristi e travagliati : non è amor di retorica, più o meno emotiva e d’occasione. E’ la verità di una vita ignorata e volutamente misconosciuta fino ad oggi.
   Se ogni luogo fu per lui canpo di lavoro, come un grande deserto da popolare, non ebbe mai un riconoscimento della propria fatica. Forse è stato un bene. E’ questo che differisce gli artisti – continuatori della fatica di Dio – dagli uomini comuni e tardivi.
   Mi scriveva molti anni fa da Roma :
   « Miseria, strazi, delusioni, lotte, fatiche giornaliere; è tutto un passato, amico Lo Duca, lasciatemelo difendere.
   « Un ritorno sarebbe per me un nuovo purgatorio, però senza i benefici spirituali delle prove in campo aperto ed esperto. Lasciatemi, amico, nel mio cammino senza ritorni ».
   Passarono i mesi, lunghi, duri; poi una parola per noi, gruppo di fedeli lontani :
   « Faccia, fate il cenacolo; una buona pietra la porterò anch’io, al castello dei nostri sogni senza fine ».
   Questo nel 1928, quand’io, infocato di lotta e di orizzonti, volevo fondare un Cenacolo ligure.
   Nella primavera del 1929 si apre un poco di pace : cioè possibilità di lavoro; e Martini mi scriveva :
   « Libero finalmente volerò a Vado per un tempo lunghissimo di riposo e di creazione ».
   A Vado venne, ma poi le creazioni vennero fatte a Nervi, in un periodo fecondissimo.
   L’intenso lavoro lo rianima; grandi opere si susseguono, a Vado, a Nervi, a Monza. Tra le altre : « La Madre folle », « Il bevitore », « La tomba di Ippolito Nievo » e un grande « Sacro Cuore ».
   Martini era un ammiratore del NIEVO, il quale aveva un poco della sua anima avventurosa di veneto; lo scultore raffigurò il corpo di Ippolito Nievo racchiuso, solo, nell’acqua del Tirreno. Il grande corpo, come cullato da le tragiche increspature dell’acqua, vi è adagiato con la testa reclina avvolta in un risucchio che ha dell’aureola.
   Questo corpo immemore, che giace nel Mare Nostro, richiama figure mitiche di altri eroi, ricorda Ippolito Nievo, ma pure un antico che ebbe parte alla storia italica : Palinuro, pilota d’Enea.

« O nimium caelo et pelago confise sereno,
nudus in ignota, Palinure, iacebis arena ».

   Martini ha nella tomba di Ippolito Nievo uno dei punti più sensibili ed emotivi della sua arte. Egli, concependo il lavoro, voleva far colare nella cavità marina di questa tomba, nel cui cuore v’era il corpo dormente, un getto di vetro. Ma non ve ne fu bisogno, chè l’acqua era ugualmente su quelle spoglie.
   Anche la « La Pisana », la contessa Pisana che è l’anima de « Le confessioni di un Italiano », s’ispirò all’opera del Nievo. Martini amò questa splendida creatura dall’anima misteriosa. La ritrasse dormente o forse morta; e ne fece un’opera che plasticamente è il ricordo de « L’Ofelia » e artisicamente tra le opere maggiori dello scultore.
   L’ultimo lavoro fatto a Monza – ove egli insegnava nell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche – fu il « Sacro Cuore », opera che l’aveva preso in un alone di misticismo; innamorato della religiosità della sua creazione, mi scriveva di essa :
   « Eccoti il mio « Sacro Cuore », che misura tre metri, ma è grande come il mondo ».
   Cristo epico, veramente e intimamente cattolico, fu però rifiutato da chi doveva permetterne la elevazione in una Chiesa di Liguria. Solo perchè il Cristo non aveva un cuore taurino nel pugno, ma una fiamma, e invece di una barba da commedia liturgica, un mento virile di Uomo Divino.

* * *

   Nel 1929 Martini scriveva :
   « L’Italia, questo leggendario ciuffo di verde nato tra il deserto infuocato e le nevi delle Alpi, sta veramente o meglio miracolosamente rifiorendo. Anche si fiori non sono ancora sbocciati, certo è che il vecchio tronco ha rinverdito. Quindi fede e pazienza.
   « Nati come siamo da padri decaduti e con la fame in casa, non c’era molto da sperare; per fortuna intorno alle rovine nascono sempre le male erbe, che proibiscono la caduta delle ultime pietre in virtù delle loro forti radici.
   « Queste male erbe in politica si chiamano Mussolini e in arte noi giovani, che fin dalla più tenera età abbiamo intravisto e creduto e in qualche modo un po’ vinto.
   « La storia registrerà i patimenti che queste male erbe – come ci giudicavano i nemici – hanno affrontato per questa grande battaglia politica ed artistica ».
   Parole chiare, che ci dicono come Martini avesse limpida coscienza del momento artistico italiano, i cui movimenti più importanti e seri, come i Valori Plastici, l’avevano avuto sempre presente, ottimista, rinnovatore.
   La speranza nell’arte italiana doveva essere seriamente consolidata nella Quadriennale 1931. Martini forse intuiva, o sentiva senza scandire, allora, che proprio egli sarebbe stato una delle principali vittorie di quel manipolo il quale aveva affrontato la « grande battaglia » e « anche un po’ vinto » ?.
   Non credo; quelle parole erano rivolte a un piccolo gruppo di artisti e non a tutto il pubblico, come le centomila lire, primo premio di scultura.

                                                                                    LO DUCA

<< Indice dell'Almanacco 1932